
Ci sono libri che creano dipendenza. Non puoi fare a meno di rileggerli periodicamente.
Non hai il coraggio di prestarli a nessuno, per timore che ti vengano a mancare quando più li desideri.
Uno di questi, per me, è Cent'anni di solitudine, libro che valse al suo autore il premio nobel per la letteratura.
Racconta il folklore sudamericano attraverso la storia del villaggio di Macondo e della famiglia Buendìa, con ironia e in modo volutamente un po' naïf.
Isolati dal resto del mondo, gli abitanti di Macondo ne osservano i miracolosi progressi da lontano, reinterpretandoli con l'ingenuità di chi non ha mai conosciuto altra realtà all'infuori del proprio villaggio e delle relative incrollabili credenze.
Ecco l'incipit:
"Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti casi di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito."


